traduzioni, libri, parole
Dinaw Mengestu si è aggiudicato il Guardian First Book Award con il suo Children of the Revolution.
Tra i vincitori delle passate edizioni, Zadie Smith e Jonathan Safran Foer.
In Italia il libro uscirà prossimamente presso Piemme (forza Luisa!)
In mancanza di tempo per fare di meglio, mi limito per ora a segnalare un articolo del Financial Times (com'è che i giornali "finanziari" hanno ottime pagine culturali?), in cui Antonia Byatt recensisce Miss Herbert, di Adam Thirlwell:
Miss Herbert is a thoughtful, and frequently hilarious, study of the nature of literary translation. It is also a work of art, a new form. Juliet Herbert was the English governess of Flaubert’s niece, Caroline. She wrote a translation of Madame Bovary, which Flaubert approved, and which has disappeared, unread. This ghost is a central character in a tale of conversations between writers, languages and forms.
(pare interessante)
Diverse altre recensioni in giro online, per esempio qui, qui e qui. Leggerò qualcosa di più appena riprendo fiato.
Sul Corriere del 6 novembre interessante articolo di Dacia Maraini sulla traduzione, in occasione del convegno «Translation: Transfer, Text and Topic» tenutosi recentemente a Londra.
"La domanda che sottostava a tutti gli interventi era: la traduzione, ogni traduzione non è un arbitrio? E fino a che punto il traduttore mette del suo nella difficile pratica del trasferimento del testo da una lingua all'altra? Infine: in cosa consiste questo «altro»? Sono solo idee, sentimenti, intuizioni, invenzioni, gusti, ritmi, o anche ideologie, censure, distorsioni, prepotenze verbali, abuso? Lo scrittore inglese che abita in Italia da anni, Tim Parks, traduttore di Tabucchi, Moravia e Calvino, parte da una domanda apparentemente semplice: per tradurre bisogna in qualche modo rincorrere uno stile. Ma cos' è lo stile? Ed è traducibile uno stile personale? Non si rischia di creare scontri fra la lingua individuale e quella sociale? Non si rischia che la traduzione finisca per esprimere semplicemente una sovrapposizione di stili: quello del traduttore che copre e si innesta in quello dell'autore? Per essere riconosciuto in tempi di globalizzazione, dice Parks, uno scrittore deve essere tradotto in altre lingue. E qui il traduttore viene a confrontarsi con la storia dei Paesi e dei diversi sviluppi culturali. I grandi scrittori di solito criticano le convenzioni morali del Paese in cui vivono. Il traduttore deve conoscere e partecipare a queste operazioni critiche? Domande difficili a cui rispondere."
Croce e delizia di editori, traduttori e lettori. A volte azzeccati, a volte francamente inspiegabili, a volte alla bieca ricerca di un facile effetto: scagli la prima pietra chi non si è mai trovato di fronte a un titolo che lascia perplessi.
Ne parla Marco D'Eramo sul Manifesto di ieri, 17 ottobre.
P.S. L'articolo resta online per una settimana: chi fosse interessato a leggere il testo completo dopo tale data faccia un fischio.
Piccola nota critica (che mi potevo anche risparmiare). Parlando di titoli di film, D'Eramo scrive: "Basta sfogliare alle lettere A e B il dizionario dei film Morandini per avere un'idea dell'involontaria comicità di queste alterazioni. Ecco di seguito un breve scampolo (di una lista infinita) di titoli alterati. Così All of me («Tutto di me») diventa Ho sposato un fantasma; [...] The Best Man («L'uomo migliore»)" .
Be', non proprio, basta dare un'occhiata alla trama di The Best Man per accorgersi che "In occasione del matrimonio di un loro compagno di college si riunisce un gruppo di amici. Harper Stewart, che sarà uno dei testimoni..." e guarda caso Best Man, oltre che L'uomo migliore (o magari "Il migliore", ma quello c'era già, era The Natural, con Robert Redford) vuol dire "Il testimone" (dello sposo).
Dopo esserci arrivata in seguito a una segnalazione su Biblit, consiglio la lettura dell'articolo "Tolstoy’s Transparent Sounds" di Richard Pevear, apparso sulla Sunday Book Review. Pevear e la moglie, Larissa Volokhonsky, hanno tradotto in inglese Guerra e pace di Tolstoj (in uscita in questi giorni) in un singolare lavoro a quattro mani:
"...in a sense my collaboration with Larissa is so close that the two of us make up one translator who has the luck to be a native speaker of two languages. We work separately at first. Larissa produces a complete draft, following the original almost word by word, with many marginal comments and observations. From that, plus the original Russian, I make my own complete draft. Then we work closely together to arrive at a third draft, on which we make our “final” revisions. That working situation has its advantages. Translators are always in danger of drifting into the sort of language that is commonly referred to as “smooth,” “natural” or, as they now say, “reader friendly,” but is really only a tissue of ready-made phrases. When that happens to me, as it sometimes does, Larissa is there to stop me. Where I have my say is in judging the quality of our English text, that is, in drawing the line between a literal and a faithful rendering, which are not at all the same. If the translation does not finally “work” in English, it doesn’t work at all."
Da leggere anche il gustoso aneddoto sulla zuppa di tartaruga, tanto per ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, quante ricerche stanno dietro la scelta di un termine anziché un altro...
(segue)
A Urbino non ho preso appunti, volutamente. Ho ascoltato, immagazzinato, ruminato, digerito, eliminato le scorie eliminabili, distillato l’interessante. Risultato: impressioni, pezzi di riflessioni, brandelli di discorsi, annotazioni mentali sparse che sedimentano e risbucano fuori quando e come vogliono.
Oggi sono capitata su questo articolo di M. T. Carbone e da lì su questo di Stephen King (che come autore può piacere o non piacere, ma quando riflette sulla scrittura è sempre interessante: consiglio vivamente il suo On Writing).
Per preparare l’antologia The Best American Short Stories 2007, King ha letto una bella mole di racconti e, oltre a quelli giudicati “great stories” e pertanto inclusi nella raccolta, gliene sono toccati molti apparentemente “written for editors and teachers rather than for readers”, che pur non essendo “morti” sembravano quanto meno “asfittici e autoreferenziali”.
Riflessione che non limiterei ai racconti, ma che può adattarsi a molti dei testi che capitano sott’occhio per lavoro (qualcuno l’ho pure tradotto, altri me li hanno proposti ma fortunatamente ho potuto rifiutarli e passare ad altro). Proprio l’altro giorno una collega, che aveva appena finito di leggere un libro da tradurre prossimamente e stava cominciando a leggerne un altro, commentava: “Quello pareva il compitino finale di un corso di scrittura creativa... quest’altro pare scritto dall’insegnante dello stesso corso”.
Ecco, spesso non si possono definire brutti: la storia regge, linguaggio e stile sono accettabili, senza infamia e senza lode, probabilmente venderanno anche quel minimo di copie che permette all’editore di far pari e di guadagnarci pure qualcosa, ma... sembrano dei compitini, fatti un po’ con lo stampo, per accontentare tutti.
E per tornare a Urbino (sì, l’ho presa un po’ alla larga ma che ci posso fare, ho delle sinapsi poco dirette) mi è tornata in mente una riflessione sugli automatismi dei traduttori, credo di Susanna Basso, ma non avendo preso appunti non ci potrei scommettere, e forse non è neppure quello che ha detto lei, ma quello che io ho distillato in proprio da quello che lei ha detto (non solo poco dirette, pure schizoidi). In pratica, quando si traduce e magari si riesce a fatica a trovare la resa migliore per quella certa frase o addirittura per quella certa parola, magari un po’ ostica, che ci ha fatto penare per venirne a capo, si tende poi ad archiviare quella soluzione apparentemente così “ideale” in una casellina mentale, pronti a riscodellarla come una minestra riscaldata a ogni occorrenza di quella frase/parola, a volte senza badare troppo al diverso contesto o autore in cui si ripresenta. Se capita raramente, poco male. Se le soluzioni preconfezionate diventano eccessive, la lingua della traduzione rischia di diventare anch’essa un compitino fatto con lo stampo, non orrenda, non sbagliata, ma senza dubbio sciapa. Occhio: sto parlando di sfumature e sensazioni, non di traduzioni fatte palesemente male o palesemente fuori registro. Quelle sono semplicemente brutte e stop.
E con un altro balzo delle sinapsi, questo porta a riflettere su altri discorsi orecchiati a Urbino, sull’influsso che l’italiano delle traduzioni ha di fatto avuto sugli scrittori che si sono formati non sui testi originali dei grandi autori stranieri moderni, ma soprattutto sulle loro traduzioni. Il giallista italiano X, che ha uno stile “alla Chandler”, in realtà sta scrivendo come Chandler in traduzione italiana. Quello che scrive “come Hemingway” con tutta probabilità sta scrivendo come Hemingway tradotto dalla Pivano...
E questo porta a una scrittura italiana che spesso imita, o meglio orecchia e riecheggia le traduzioni italiane di autori stranieri. Fino a utilizzare le parole “inventate” per tradurre termini o concetti prima inesistenti in italiano (basti pensare a “strizzacervelli” per “shrink” o “headshrink”, partorito se non sbaglio da Marisa Caramella per tradurre Erica Jong)
E questo porta anche a una grande responsabilità per traduttori ed editor di traduzioni: l’appiattimento, la normalizzazione alla ricerca di una banale e rassicurante “leggibilità” non solo mortificano e spianano picchi e burroni linguistici del testo, ma rischiano di avere lo stesso effetto anche sulla lingua degli autori che su quei gialli/romanzi/ si formano e si formeranno.
Qual è la conclusione? E chi ha detto che doveva esserci una conclusione? Così a occhio non c’è neppure un filo logico. Sinapsi in libertà.
Ma pensa te, l'avevo sempre considerato un orrido calco dall'inglese, fin troppo usato a proposito e a sproposito in doppiaggi di telefilm e traduzioni un po' così... e invece mi tocca anche rivalutare "fottuto", come insegna il buon Gianluigi Beccaria su TTL di ieri:
Così era sembrato modismo americano, introdotto dall’informalità dei giovani e dai doppiatori, quel fottuto che inzeppava ogni dire. In realtà lo si può notare già in una lettera di Rossini, «un fiasco fottuto», e in Leopardi, quel «fottuto paese».
Insomma, se in qualche traduzione mi dovessero contestare un "fottuto", potrò sempre citare Leopardi...
Serata dedicata alla Turchia, ieri a Roma per il Festival delle Letterature alla Basilica di Massenzio.
Ospiti la "mia" autrice Elif Shafak, che vive tra Turchia e Stati Uniti e scrive in inglese, e Feridun Zaimoğlu, che vive in Germania e scrive in tedesco.
Purtroppo non ci sono potuta andare, ma conoscevo già il contenuto del suo intervento avendo tradotto, oltre a La bastarda di Istanbul, anche il discorso, "Il luogo degli spiriti"
Disponibile online anche l'intervento di Zaimoğlu, autore di Leyla (traduzione Margherita Belardelli, Il Saggiatore)
Elif Shafak è stata anche intervistata ieri a Fahrenheit, e la sua intervista si può ascoltare qui.
Quando i lettori hanno più buon senso dei redattori.
Interessante la lettera di una lettrice pubblicata ieri dalla Sunday Book Review del New York Times. Non ho il tempo di tradurla, mi limito perciò a citarla integralmente:
Published: May 20, 2007
To the Editor:
I was initially very pleased to see that you devoted an issue of the Book Review (April 15) to literature in translation. Many of the books sound wonderful. Most of the reviewers’ ability to discuss work in translation, however, seemed fairly limited.
Consider James Wood’s review of “The Savage Detectives,” by Roberto Bolaño, in which he also discusses Bolaño’s novella “By Night in Chile.” Wood describes the style of a long sentence whose “musical control is impeccable.” A comment like this must be attached to the translator, perhaps even more than the original writer, for the music in English is the work of Chris Andrews, who undoubtedly spent hours interpreting, phrasing and revising that sentence. If the entire novella manages, as Wood suggests, to be a “poem,” then a great deal of credit belongs to Andrews, who had to rewrite, to re-envision the original and make the music of Spanish into another sort of music — English music.
Essentially, Andrews had to work as both interpreter and artist, creating what Bolaño would have written were English his first language. A reviewer who doesn’t look at the original language and the translation really shouldn’t comment on style at all.
Most of your reviews, if they did comment on the translation, did so in a perfunctory way. I’d suggest that you find reviewers who are able to assess work in translation as it should be considered: as the work of two artists, not one.
Liz Harris Behling
Grand Forks, N.D.
The writer is an assistant professor of creative writing at the University of North Dakota, Grand Forks.
"La Repubblica" ha lanciato un’iniziativa a sostegno della Biblioteca dell’Accademia della Crusca. Chiunque può contribuire, anche con una piccola somma, al restauro di 38 opere conservate nella nostra Biblioteca.
All’interno dell’articolo pubblicato domenica 4 febbraio è presente l’elenco completo delle opere.
Per le adesioni telefonare ai responsabili della Biblioteca (Delia Ragionieri e Giuseppe Abbatista), allo 055/45.42.77.
I versamenti possono essere effettuati o sul c/c postale dell’Accademia:
c/c n. 13407507 o tramite bonifico bancario (Banca Cassa di Risparmio di Firenze, c.c. bancario n. 129/01, Filiale Enti e Tesorerie, ABI 6160 CAB 02832).
In entrambi i casi inserire nella causale di versamento: "Restauro e l’autore o il titolo dell’opera prescelta"
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