traduzioni, libri, parole
...giuro che sarei proprio curiosa
:
Pochi sanno che nel quindicesimo secolo Budda fu santificato dalla chiesa cattolica. Ufficialmente fu chiamato san Josaphat, nome derivato dalla parola bodhisattva: in sanscrito indica una persona che ha deciso di raggiungere l’illuminazione e mostra grande compassione verso gli altri esseri viventi. In pratica, tutti i dettagli della vita di Josaphat (come viene raccontata dalla chiesa) corrispondono alla leggenda del Budda. Prevedo che nelle prossime settimane succederà qualcosa di simile nella tua vita, Acquario. Riceverai un riconoscimento che sembrerà piuttosto fortuito o che giungerà da una fonte inaspettata. Come il Budda, meriterai ampiamente questo onore, anche se all’inizio ti sembrerà incomprensibile.
da qui
Secondo il ben noto principio per cui a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria...:
Telefono.
«Ciao, come stai? Tutto bene con il lavoro?»
«Bene, tutto a posto. E tu?» [sospetta, mooolto sospetta questa insolita telefonata "di controllo"]
«Ci sarebbe un problemino...» [appunto, e quando aleggiano i diminutivi, di solito sono grane stratosferiche]
«Sai, l'autore del libro che era in consegna per marzo, quello del Sonasegastan...»
«Sì?» ["era" in consegna?]
«Viene a Torino per la fiera.»
Ettepareva. Il resto è ovvio, non c'è neppure bisogno che continui. Anticipare lancio, anticipare uscita, anticipare consegna, celafaivero? dimmichecelafaitiprego.
Ma certo! Tanto le cinquecentopagine su cui sto lavorando adesso non sono mica urgenti, no? Quindi se sparisco per un po', niente di grave, finisco di dividere il mar rosso, moltiplico un tot di pani e pesci che non si sa mai chi arriva per cena, e faccio 'sta traduzioncina al volo, eh? Che ci vuole?
Così abbiamo rimesso tutto a posto e non rischiamo di turbare l'immutabile armonia dell'universo, uno a uno e palla al centro. And indeed there will be time...
P.S.: questa volta l'editor è bruna...
Telefono.
«Ciao, come va?»
«Oh, ciao, che piacere! Io tutto bene, e tu? Tornata dalla fiera con la sporta piena?»
«Sì, sì, poi ti dico, ho qualcosa di buono anche per te.»
«Ottimo!»
«Però prima volevo avvisarti che abbiamo deciso di posticipare l'uscita di XYZ, quindi se ti fa comodo prenderti un mesetto in più per la traduzione, fai pure senza problemi. Ho preferito dirtelo subito perché non voglio farti fare le corse per niente. Ciao ciao, poi ci sentiamo con calma per le cose nuove.»
Dio c'è. È alta, bionda, e fa l'editor.
A Urbino non ho preso appunti, volutamente. Ho ascoltato, immagazzinato, ruminato, digerito, eliminato le scorie eliminabili, distillato l’interessante. Risultato: impressioni, pezzi di riflessioni, brandelli di discorsi, annotazioni mentali sparse che sedimentano e risbucano fuori quando e come vogliono.
Oggi sono capitata su questo articolo di M. T. Carbone e da lì su questo di Stephen King (che come autore può piacere o non piacere, ma quando riflette sulla scrittura è sempre interessante: consiglio vivamente il suo On Writing).
Per preparare l’antologia The Best American Short Stories 2007, King ha letto una bella mole di racconti e, oltre a quelli giudicati “great stories” e pertanto inclusi nella raccolta, gliene sono toccati molti apparentemente “written for editors and teachers rather than for readers”, che pur non essendo “morti” sembravano quanto meno “asfittici e autoreferenziali”.
Riflessione che non limiterei ai racconti, ma che può adattarsi a molti dei testi che capitano sott’occhio per lavoro (qualcuno l’ho pure tradotto, altri me li hanno proposti ma fortunatamente ho potuto rifiutarli e passare ad altro). Proprio l’altro giorno una collega, che aveva appena finito di leggere un libro da tradurre prossimamente e stava cominciando a leggerne un altro, commentava: “Quello pareva il compitino finale di un corso di scrittura creativa... quest’altro pare scritto dall’insegnante dello stesso corso”.
Ecco, spesso non si possono definire brutti: la storia regge, linguaggio e stile sono accettabili, senza infamia e senza lode, probabilmente venderanno anche quel minimo di copie che permette all’editore di far pari e di guadagnarci pure qualcosa, ma... sembrano dei compitini, fatti un po’ con lo stampo, per accontentare tutti.
E per tornare a Urbino (sì, l’ho presa un po’ alla larga ma che ci posso fare, ho delle sinapsi poco dirette) mi è tornata in mente una riflessione sugli automatismi dei traduttori, credo di Susanna Basso, ma non avendo preso appunti non ci potrei scommettere, e forse non è neppure quello che ha detto lei, ma quello che io ho distillato in proprio da quello che lei ha detto (non solo poco dirette, pure schizoidi). In pratica, quando si traduce e magari si riesce a fatica a trovare la resa migliore per quella certa frase o addirittura per quella certa parola, magari un po’ ostica, che ci ha fatto penare per venirne a capo, si tende poi ad archiviare quella soluzione apparentemente così “ideale” in una casellina mentale, pronti a riscodellarla come una minestra riscaldata a ogni occorrenza di quella frase/parola, a volte senza badare troppo al diverso contesto o autore in cui si ripresenta. Se capita raramente, poco male. Se le soluzioni preconfezionate diventano eccessive, la lingua della traduzione rischia di diventare anch’essa un compitino fatto con lo stampo, non orrenda, non sbagliata, ma senza dubbio sciapa. Occhio: sto parlando di sfumature e sensazioni, non di traduzioni fatte palesemente male o palesemente fuori registro. Quelle sono semplicemente brutte e stop.
E con un altro balzo delle sinapsi, questo porta a riflettere su altri discorsi orecchiati a Urbino, sull’influsso che l’italiano delle traduzioni ha di fatto avuto sugli scrittori che si sono formati non sui testi originali dei grandi autori stranieri moderni, ma soprattutto sulle loro traduzioni. Il giallista italiano X, che ha uno stile “alla Chandler”, in realtà sta scrivendo come Chandler in traduzione italiana. Quello che scrive “come Hemingway” con tutta probabilità sta scrivendo come Hemingway tradotto dalla Pivano...
E questo porta a una scrittura italiana che spesso imita, o meglio orecchia e riecheggia le traduzioni italiane di autori stranieri. Fino a utilizzare le parole “inventate” per tradurre termini o concetti prima inesistenti in italiano (basti pensare a “strizzacervelli” per “shrink” o “headshrink”, partorito se non sbaglio da Marisa Caramella per tradurre Erica Jong)
E questo porta anche a una grande responsabilità per traduttori ed editor di traduzioni: l’appiattimento, la normalizzazione alla ricerca di una banale e rassicurante “leggibilità” non solo mortificano e spianano picchi e burroni linguistici del testo, ma rischiano di avere lo stesso effetto anche sulla lingua degli autori che su quei gialli/romanzi/ si formano e si formeranno.
Qual è la conclusione? E chi ha detto che doveva esserci una conclusione? Così a occhio non c’è neppure un filo logico. Sinapsi in libertà.
Andare o non andare?
Che faccio, ci vado? massì, ci vado.
La prima stesura è completata. E ora si parte col lavoro di pialla, di lima e di cesello. E prima di abbandonare la gelida pustza ungherese dell'inverno del '14 per gli ancora più gelidi ghiacci del grande nord, vediamo se si riuscirà a infilare qualche giorno sui più semplicemente freschi picchi di casa nostra.
Puff puff, pant pant...
Finito questo, iniziato quest'altro, lasciando giusto un giorno di riposo fra l'uno e l'altro. Sarà un'estate laboriosa, tanto per cambiare...
Ma forse una settimana di montagna riesco a infilarla, tanto per rinfrescarmi un po' le idee.
Serata dedicata alla Turchia, ieri a Roma per il Festival delle Letterature alla Basilica di Massenzio.
Ospiti la "mia" autrice Elif Shafak, che vive tra Turchia e Stati Uniti e scrive in inglese, e Feridun Zaimoğlu, che vive in Germania e scrive in tedesco.
Purtroppo non ci sono potuta andare, ma conoscevo già il contenuto del suo intervento avendo tradotto, oltre a La bastarda di Istanbul, anche il discorso, "Il luogo degli spiriti"
Disponibile online anche l'intervento di Zaimoğlu, autore di Leyla (traduzione Margherita Belardelli, Il Saggiatore)
Elif Shafak è stata anche intervistata ieri a Fahrenheit, e la sua intervista si può ascoltare qui.
Dal 18 maggio al 21 giugno si articoleranno le serate di "Letterature - Festival Internazionale di Roma" alla Basilica di Massenzio al Foro Romano.
Tra i vari autori presenti, Isabel Allende, Ismael Beah, Rita El-Khayat, John Banville, Catherine Dunne, Robert McLiam Wilson, Gregory David Roberts, Giancarlo De Cataldo, E. L. Doctorow, Roberto Calasso, Gianrico Carofiglio, Alicia Gimenez-Bartlett, Scott Turow, Roberto Saviano, Vikram Chandra.
Per quanto mi riguarda, serata di particolare interesse il 5 giugno, dedicata alla Turchia, con Feridun Zaimoglu, scrittore turco che vive da molti anni in Germania, ed Elif Shafak "un vero caso letterario con il suo libro La bastarda di Istanbul."
Per il programma completo di Massenzio, vedere qui.
Ebbene sì, siccome negli ultimi tempi ho un sacco di tempo libero
... ho pensato bene di dedicarmi a un corso di arabo. In effetti era da parecchio che ci pensavo, la difficoltà era trovare un corso ragionevolmente ben fatto e possibilmente in zona.
Il tutto si è materializzato con il corso organizzato dalla Società per la biblioteca circolante di Sesto Fiorentino, che a partire da metà febbraio mi ha permesso di affrontare i primi rudimenti della lingua e della scrittura araba. Le difficoltà non mancano, ma l'insegnante (un arabista italiano) è molto bravo e l'argomento affascinante. Ho tutte le intenzioni di continuare: chissà, fra qualche decina d'anni potrei anche tradurre dall'arabo.
Nel frattempo, ho aggiunto sul mio del.icio.us una serie di link a vari siti dedicati alla lingua araba, alcuni già visitati, altri ancora da esaminare. Cresceranno in futuro, credo.
Segnalo anche un blog italiano nato da poco, dedicato alla Lingua Araba e già aggiunto anche nel blogroll.
Intanto, si riparte con le traduzioni.
prablog in Traduttori alla Fier...
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Armi e bagagli
Botteghe color cannella
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Cadavrexquis
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